«Dopo le recenti notizie sull’aggravamento della situazione economica di AMT, con numeri che oscillano come montagne russe, iniziano a sorgere seri interrogativi sulla direzione che si intende prendere per il futuro dell’azienda». A dichiararlo è l’USB Unione Sindacale di Base, che interviene duramente sulla gestione del trasporto pubblico locale genovese.
L’ombra della privatizzazione
Nonostante le continue smentite e gli impegni economici straordinari annunciati dall’Amministrazione comunale, per il sindacato lo spettro della privatizzazione appare sempre più concreto.
«Lo scontro all’arma bianca tra Tursi e De Ferrari sta infatti allontanando l’ipotesi di un ingresso di Regione Liguria, soluzione che garantirebbe stabilità al personale e maggiore tutela all’utenza, già oggi vittima di pesanti disservizi su tutto il territorio della Città Metropolitana».
Ripicche, dispetti e prese di posizione figlie di uno scontro politico stanno alimentando da mesi un clima di incertezza e paura tra i lavoratori.
«Da luglio a oggi — prosegue USB — si susseguono notizie su stipendi a rischio, fallimenti e continui cambiamenti dei numeri di bilancio, nonostante l’esistenza di un piano di risanamento presentato nero su bianco e successivamente smentito. Sorge quindi una domanda legittima: quel piano è già da rifare?».
Il nodo del TFR e il ruolo di ANAC
Desta perplessità la scelta di inserire il TFR del personale (quasi 30 milioni di euro) tra i debiti imminenti dell’azienda:
«Una rappresentazione quantomeno forzata, trattandosi di una passività che non deve essere estinta nell’immediato».
In questo quadro, la lettera inviata da ANAC lo scorso ottobre assume per il sindacato un significato tutt’altro che casuale, indicando come unica soluzione l’apertura a un socio privato.
Il rischio del modello privato
«Non è un mistero che grandi gruppi del settore, come Busitalia, osservino con interesse le aziende in difficoltà volteggiandogli intorno come avvoltoi. L’obiettivo non è il salvataggio, ma acquisire asset, massimizzare i profitti e ridurre drasticamente servizi e personale. L’esperienza dell’Umbria rappresenta un precedente emblematico».
«Non ci fidiamo»
La chiusura di USB è un appello alla chiarezza:
«È un film già visto, con attori diversi ma con un finale che sembra già scritto. Chiediamo di essere smentiti dai fatti, non dalle dichiarazioni. Questa volta non ci interessa avere ragione: chiediamo di riscrivere il finale tragico di questo ennesimo reboot, mettendo da parte le polemiche politiche».
«Perché, con tutti i suoi limiti e difetti, un’azienda pubblica garantisce un servizio universale e capillare; un soggetto privato, per sua natura, guarda prima di tutto al profitto. E come sempre, a pagarne il prezzo più alto rischiano di essere lavoratori e cittadini».