Gli allievi dell’Accademia del Turismo interpretano la tecnica Gyotaku tra mixology e gastronomia
Gli allievi nello studio di Elena Di Capita
Lavagna ·
10/02/2026 alle 10:37
Trasformare uno studio d’arte in un salotto gourmet: è quanto accaduto a Lavagna durante la serata finale del progetto promosso da Marco Casaretto per gli allievi del IV anno dell’Accademia del Turismo. Protagoniste assolute le opere di Gyotaku Levante che hanno fatto da musa ispiratrice per i futuri professionisti del settore.
Il progetto “Arte in cucina”
Il progetto “Arte in cucina” ha celebrato un incontro inedito tra la disciplina della ristorazione e l’arte del Gyotaku. Musa dell’evento è stata Elena Di Capita, artista che nel suo studio di Lavagna (in via Dante Alighieri 3) preserva e reinterpreta questa tecnica giapponese del XIX secolo. Il Gyotaku (da gyo “pesce” e taku “impronta”) consiste nell’imprimere l’essenza di un organismo marino su carta artigianale Washi, creando un’opera che è al contempo registro scientifico e poesia visiva. L’arte di Elena Di Capita non è solo decorazione, ma una forma di rispetto verso il mare e tale tecnica permette di rendere immortale un esemplare prima che venga consumato, in un ciclo di sostenibilità e bellezza.
L’obiettivo del progetto è stato quello di sfidare gli allievi meritevoli dell’Accademia a tradurre l’arte visiva in sapori. Partendo dalle stampe Gyotaku, gli studenti hanno ideato un percorso degustazione unico.
L’Eccellenza nel calice e nel piatto: le creazioni
Elena, membro della prestigiosa associazione giapponese Takuseikai, ha aperto le porte del suo studio trasformandolo in un laboratorio sensoriale. I tre ragazzi selezionati hanno dovuto studiare le texture, i colori e le storie dietro ogni stampa per creare prodotti che non fossero solo ottimi nelle caratteristiche organolettiche e mise en place, ma coerenti con l’opera ispiratrice. Eccole di seguito:
Deep Red (di Andrea Pileggi): ispirato all’opera Horse head tilefish (un Gyotaku realizzato secondo i rigidi standard dell’associazione internazionale Takuseikai). Il drink è una sofisticata rivisitazione del Negroni: la struttura amara del Campari incontra l’acidità esotica del Sakè allo Yuzu e la freschezza botanica di un Gin al basilico. Il tocco finale è un’aria di mare, una spuma salina che evoca l’estetica dell’opera di riferimento.
Cnidaria (di Marialuisa Minoia): un cocktail che omaggia l’opera dedicata alla Physalia physalis (Caravella Portoghese). La complessità dell’organismo è tradotta in una base di Tequila infusa all’alga Nori e Mezcal, bilanciata da uno sciroppo di albicocche secche e succo di lime. Il bordo del bicchiere, decorato con sale viola, richiama le sfumature cromatiche dei tentacoli urticanti dell’opera.
Takoyaki di Acciuga (di Lavinia Sorrentino): una sintesi gastronomica tra Osaka e la Liguria, ispirata all’opera Pesco. La classica polpetta giapponese viene qui farcita con acciughe locali, agrumi e pinoli, adagiata su un letto di prescinseua (cagliata ligure) e rifinita con Sriracha giapponese e fiori di pesco essiccati. Un equilibrio perfetto tra piccantezza, acidità e tradizione territoriale.
Nell’atmosfera soffusa all’interno dell’atelier, in un aperitivo esclusivo, gli ospiti hanno valutato il lavoro di ricerca dei ragazzi dell’Accademia. La serata ha visto la partecipazione dei titolari e dei rappresentanti delle realtà più prestigiose del territorio:
Ristoranti d’eccellenza: Impronta d’Acqua (Lavagna), Rezzano (Sestri Levante), La Brinca (Ne), L’Abetaia (Levanto) e O Mainà (Sestri Levante). Hotellerie di lusso: Hotel Riviera (Chiavari) e Hotel Fara (Chiavari). Settore Beverage & Mixology: Bistrot San Giorgio, Bar Rico, Enoteca Monnabianca e La Teleria 108 (con la presenza di Emanuele Aurioso, campione della Sustainable Cocktail Challenge).
Comunicazione: i food blogger Filippo Carbone e Giovanna Bazzoni
L’evento si è concluso con una nota di prestigio internazionale grazie alla collaborazione con Calvisius Caviar, eccellenza italiana che ha offerto una degustazione di caviale di Storione Bianco, chiudendo il cerchio tra la materia prima (spesso oggetto dei Gyotaku di Elena) e l’alta gastronomia.
“Il mio cervello funziona così: da un input costruisco un castello”, racconta Elena Di Capita. “Vedere i ragazzi dell’Accademia interpretare le mie acciughe o le mia Caravella attraverso ingredienti come il sakè o la prescinseua è stata la realizzazione di un sogno sinestetico.”
L’evento ha dimostrato come la formazione professionale possa aprirsi a linguaggi artistici internazionali, mantenendo salde le radici nel territorio ligure.