Un importante sito archeologico sommerso è stato scoperto dai Carabinieri a Camogli, Punta Chiappa. Durante un’attività addestrativa i militari del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova hanno individuato un’anfora romana integra di tipo “Dressel 1” a oltre quaranta metri di profondità, nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino.
La scoperta
La scoperta è stata immediatamente segnalata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria e le successive immersioni di studio e perlustrazione, condotte con il supporto del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) della Soprintendenza, hanno permesso di individuare una significativa concentrazione di anfore e di ipotizzare la presenza di un relitto.
La prima mappatura subacquea ha consentito di censire nove anfore concentrate in uno spazio ristretto lungo le spaccature della falesia, la cui individuazione risulta molto difficile in quanto i reperti si conservano saldati al fondale roccioso e ricoperti da consistenti concrezioni coralligene. A seguito dei rilevamenti si è proceduto al recupero di due anfore che, per la loro esposizione, sarebbero risultate maggiormente vulnerabili data l’alta frequentazione della zona di immersione.
La storia e i pionieri
Le coordinate del ritrovamento suggeriscono un’ipotesi storica affascinante e riaprono un dossier del lontano 1961: l’area coincide con il sito archeologico segnalato negli anni ’50 dal grande pioniere della subacquea italiana Duilio Marcante (1914-1985).
Il 10 novembre del 1959, infatti, Marcante comunicava all’allora Soprintendenza alle Antichità della Liguria e al Centro Sperimentale di archeologia sottomarina di Albenga che, durante un’immersione svolta con gli stessi Carabinieri del Nucleo Sommozzatori di allora, si era imbattuto in una coppia di anfore “incastrate tra le rocce e saldate alle stesse da notevoli ammassi di madrepora e di alghe calcaree”; durante l’immersione aveva avuto il tempo di perlustrare rapidamente la zona circostante, individuando altre anfore sulle rocce circostanti e un possibile cumulo alla base della falesia, coperto dai sedimenti fangosi. Dopo la prima immersione del 7 novembre, lunedì 9 la squadra si era di nuovo immersa sul sito e, oltre a confermare la presenza delle anfore concrezionate, aveva proceduto al recupero di due esemplari integri nel timore di possibili trafugamenti.
Successivamente, l’8 e il 9 maggio del 1960, Gianni Roghi, collaboratore del Centro sperimentale di Albenga diretto da Nino Lamboglia (1912-1977), si era immerso nuovamente con lo stesso Marcante e i Carabinieri per la verifica del sito, con esito però negativo: dell’ipotetico cumulo sottostante il fondale fangoso non c’era più traccia, mentre venivano invece rinvenute un’anfora sagolata (legata con una cima sottile, dunque pronta per il trafugamento) e tre anfore frammentarie inglobate nelle concrezioni.
Negli atti del III Convegno internazionale di archeologia subacquea svoltosi a Barcellona nel settembre del 1961, il prof. Lamboglia, padre dell’archeologia subacquea italiana, sintetizzava così la scoperta: “Nel Novembre del 1959, il sig. Duilio Marcante, Direttore del Centro Subacqueo Mediterraneo e della Scuola di pesca Subacquea di Genova, provetto sommozzatore e parte attiva nella prima campagna di ricerche del 1958 sulla Nave Romana di Spargi (Sardegna), segnalava l’identificazione di un campo di anfore romane a 45 m di profondità sull’estremità di Punta Chiappa. Le difficoltà della stagione impedivano un’immediata continuazione delle ricerche, ma la notevole profondità e ripidità del fondale sconsigliavano l’intervento della nave Daino, allora al suo primo anno di esperienza, e rimandavano l’impresa sine die”. Essendo a conoscenza della relazione del Roghi, suo stretto collaboratore, concludeva: “E’ probabile che nel frattempo il giacimento non sia rimasto immune dagli incettatori clandestini”.
Un vecchio articolo uscito a seguito della scoperta di Marcante il 18 novembre sul Secolo XIX testimonia il vivo interesse allora dimostrato dall’Ente provinciale per il turismo, che già all’epoca intravvedeva nel turismo culturale subacqueo una risorsa da valorizzare. Molto tempo è passato, ma la direzione preconizzata negli anni ’50 è quella che oggi riteniamo più corretta anche ai fini della tutela dei siti sommersi.
Da quel momento si perse ogni traccia del relitto, che non fu mai più ritrovato sui fondali.
L´oggi
Questa scoperta rinnovata pone ora la necessità di provvedere alla tutela del sito che, nonostante la profondità e lo stato di conservazione dei beni rinvenuti saldamente concrezionati sul fondale, dovrà prevedere necessariamente un’attività costante di monitoraggio e una regolazione delle immersioni. Il Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) della Soprintendenza è uno strumento indispensabile per operare in ambiente iperbarico e ha ormai raggiunto un grado di competenza tecnica ed organizzativa riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Lo S.T.A.S. fornisce il supporto tecnico-scientifico necessario al controllo e alle verifiche ordinariamente richieste dai funzionari territorialmente responsabili; più in generale si occupa del censimento sistematico, della tutela e della valorizzazione dei beni archeologici e storico artistici sommersi. Le competenze e gli ambiti operativi in cui è impegnato lo S.T.A.S. Liguria comprendono: l’archeologia subacquea preventiva (progetti di ampliamento e ammodernamento dei grandi porti di Genova, Vado Ligure, Savona e La Spezia), la tutela e la ricerca nell’ambito del patrimonio subacqueo regionale, la valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso con lo sviluppo di accordi istituzionali e di collaborazione con le Capitanerie di Porto, le Amministrazioni e gli operatori locali per la definizione di progetti, protocolli ed accordi volti alla gestione delle visite su numerosi relitti (Parco archeosub di Albenga e dell’Isola Gallinaria, relitti dell’Imperiese e Area Marina Protetta di Portofino, siti di Bogliasco-GE e Lerici-SP). Il ruolo dello S.T.A.S. si esplica anche nella progettazione scientifica e direzione per l’effettuazione di indagini di scavo e realizzazione dei nuovi Musei Navali di Albenga, Imperia e Santa Margherita Ligure.
Inaugurato il 22 ottobre 2024, il Laboratorio di Archeologia del Mediterraneo alle Scuole Pie costituisce una nuova sede per la Soprintendenza ligure, che rappresenta un modello innovativo di gestione integrata e di valorizzazione del patrimonio archeologico, garantendo spazi adeguati alla conservazione, allo studio, alla divulgazione e alla musealizzazione dei reperti provenienti dai contesti portuali e subacquei di Genova e del suo territorio.
I commenti
«La “riscoperta” di questo contesto subacqueo – spiega Vincenzo Tiné, soprintendente A.B.A.P. Liguria – riapre un dossier quasi dimenticato e ci permette di comprendere quanto ancora la ricerca archeologica subacquea può e deve fare per giungere ad una conoscenza ottimale del nostro patrimonio sommerso, anche in zone che consideriamo ben studiate e battute da migliaia di subacquei ogni anno».
«Uno dei compiti principali dei Carabinieri Subacquei è la tutela dei beni culturali sommersi, in particolare il Reparto si occupa della localizzazione, ispezione, ricognizione, rilevamento e recupero dei reperti d’interesse storico e archeologico – dichiara il Colonnello Samuele Sighinolfi, comandante del Raggruppamento Navale e Subacquei Carabinieri -. Il Servizio Subacquei dell’Arma dei Carabinieri, istituito nel 1953, ha consolidato nel tempo una collaborazione costante con le Soprintendenze ABAP e con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Il contributo fornito negli anni è stato fondamentale in molte scoperte archeologiche, non solo nella fase di individuazione, ma anche nell’attività di contrasto e repressione degli illeciti commessi ai danni del patrimonio archeologico. La costante attività sul territorio e la capacità degli operatori subacquei nel riconoscere la presenza di oggetti di interesse storico archeologico ha consentito, anche questa volta, la riscoperta di un sito di notevole importanza scientifica, rimasto nascosto per anni e situato in un’area ad alta frequentazione antropica e ad intensa attività subacquea. Il sito archeologico è ora sottoposto a costante attività di sorveglianza e monitoraggio».
«Il Comando Carabinieri TPC tutela il patrimonio archeologico sommerso collaborando con le Soprintendenze e i Nuclei Subacquei e assetti navali dell’Arma, unendo così capacità investigative e tecniche – afferma il Maggiore Alessandro Caprio, comandante del Nucleo di Genova Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale -. I Nuclei territoriali TPC concorrono a monitorare i siti censiti e svolgono indagini di polizia giudiziaria per contrastare i “tombaroli del mare” e il traffico illecito di reperti archeologici monitorando aste, internet e mercati illegali».
«A seguito dei rilievi effettuati e di una prima analisi dei reperti, l’individuazione del sito con quello segnalato da Marcante può essere confermata – sottolinea Simon Luca Trigona, archeologo subacqueo, responsabile S.T.A.S. Liguria -. Non c’è dubbio che questo contesto archeologico debba essere inserito tra i relitti recentemente censiti all’interno dell’Area Marina Protetta Portofino. Difficile immaginare le dimensioni dell’imbarcazione: solo le ricerche più approfondite in programma nel prossimo futuro potranno confermare o smentire l’esistenza di altre presenze. Per ora dobbiamo accontentarci di quanto acquisito, che ci permette di affermare che ci troviamo di fronte a un carico omogeneo di anfore vinarie Dressel 1 A di produzione tirrenica, la cui tipologia conferma una datazione tra la fine del II e il primo decennio del I sec. a.C. Questo relitto, insieme al coevo relitto di Pegli – altro vecchio rinvenimento dell’inizio degli anni ’50, non più rintracciato, è la testimonianza evidente di un periodo storico abbastanza circoscritto, immediatamente successivo alla conquista romana della Gallia meridionale, all’interno del quale i porti di Genova e della Liguria assumono una grande importanza strategica per il commercio romano».
«La scoperta di un relitto e, nel caso presente, il plusvalore dell’identificazione con un brano quasi mitologico della storia della Subacquea, ci proietta in un corto circuito temporale che azzera la distanza narrativa connettendoci istantaneamente con le grandi figure dei pionieri della subacquea e dell’archeologia: Duilio Marcante e Nino Lamboglia, insieme ai Carabinieri subacquei di allora e di oggi – le parole di Alessandra Cabella, storico dell’arte subacqueo scientifico S.T.A.S. Liguria -. Scoperto, perduto, riscoperto. Una storia che si riconnette e che ci proietta nella consapevolezza della tutela non solo come azione materiale, ma come agnizione e trasmissione di valori universali. Il ritrovamento di questo specifico, importantissimo relitto è, di fatto, anche un atto esistenziale, identitario e generazionale».
«Non posso non esprimere la mia più profonda gratitudine alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria ed al Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova per quest’operazione che, spero, regalerà in futuro il modo di esporre, rivedere e godere dei reperti romani oggi individuati – dice il sindaco di Camogli Giovanni Anelli -. Un grazie particolare al Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea della Soprintendenza per avere, come sempre con successo, attenzionato il ritrovamento e coordinato il recupero dei reperti a cura dei Carabinieri Subacquei. Un grazie speciale alla Dottoressa Alessandra Cabella per dare sempre presenza e supporto alla nostra Città di Camogli ogni qualvolta si tratti di salvaguardare il patrimonio artistico del territorio».
«Desidero complimentarmi con il Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria e con il Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova per questa operazione di individuazione e recupero parziale di reperti romani nelle acque del mare prospiciente Punta Chiappa – afferma Paolo Terrile, consigliere comunale di Camogli delegato alla cultura -. Affascinante è il ricordo delle perlustrazioni e segnalazioni degli anni Cinquanta e Sessanta che videro protagonista Duilio Marcante, pioniere e figura storica, a cui tanto deve la subacquea mondiale».
«È con grande felicità e senso di gratitudine che saluto l’importantissimo ritrovamento di questo relitto nei fondali dell’Area Marina Protetta di Portofino, che riporta alla luce un grandissim o patrimonio storico e archeologico – dichiara Guglielmo Caversazio, presidente Area Marina Protetta Portofino -. La gratitudine naturalmente è rivolta a chi ha reso possibile questo risultato: la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Genova ed il Nucleo dei Sommozzatori dell’Arma dei Carabinieri che hanno svolto un lavoro difficile e impegnativo e sono stati premiati da questo risultato. Come Area Marina Protetta di Portofino siamo disponibili a collaborare proficuamente per la tutela e la protezione del sito e per la valorizzazione di un patrimonio sommerso che è composto da bellezze naturali e meraviglie della nostra storia».
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Foto di Alessandro Grasso
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