di Massimo Lagomarsino
Autunno tempo di castagne, in questi giorni nei boschi del nostro entroterra si trovano in grande numero. Quanti vanno per funghi se non riescono a riempire il cestino spesso si accontentano di raccogliere castagne.
Un frutto che ha sfamato intere generazioni
Un frutto che deve essere tutelato. Insieme alla vite, l’olivo e il grano, il castagno rappresenta una pianta di civiltà. In passato è stato un nutrimento fondamentale per generazioni di montanari. Il castagneto ben curato ha un ruolo cruciale anche per l’ecosistema: protegge il suolo, cattura CO2, protegge i versanti da frane e smottamenti, previene gli incendi boschivi. Messo da parte nel secondo dopoguerra, questo settore affronta sfide complesse, come l’abbandono delle aree montane e la mancanza di ricambio generazionale. Oggi la castanicoltura vive una fase di rinnovato interesse, ma molti investimenti puntano a trasformarla in una coltura intensiva di pianura. La rete di produttori e di comunità che ha dato vita al Presidio nazionale Slow Food punta invece sul patrimonio ambientale, sociale e culturale rappresentato dalla castanicoltura tradizionale. Purtroppo il Ministero delle Politiche Agricole non ha ancora varato quel Piano di settore per il Castagno di cui si parla da anni. Gli obiettivi sono numerosi, vedi: nuovi prodotti con legno di castagno, miglioramento della produzione, trasformazione e commercializzazione del frutto, creazione di marchi di qualità legati al territorio di provenienza per il frutto, il legno e gli altri prodotti non legnosi e gestione forestale attiva. Ora bisogna riuscire a perseguirli.