L'INTERVISTA

Coronavirus, l’analisi di Mazzino: cosa si poteva fare e cosa può essere fatto

Dagli investimenti sulla sanità ai tamponi, proposte e analisi su quanto sta accadendo: l’economista e docente universitario

Coronavirus, l’analisi di Mazzino: cosa si poteva fare e cosa può essere fatto
Chiavari - Lavagna, 18 Novembre 2020 ore 17:09

Coronavirus, cosa si poteva evitare e cosa potrebbe essere fatto? Ne abbiamo parlato con il chiavarese Enrico Mazzino, economista sanitario e docente universitario.

Partiamo dagli investimenti sulla sanità: si doveva fare di più e meglio?

«Sicuramente sì. Il virus ci ha colti impreparati a marzo, ma c’era tutto il tempo per agire onde evitare quello che è successo: testare, tracciare, isolare! Dobbiamo avvicinarci al modello asiatico. Le tre attività principali che avremmo dovuto e dovremmo fare ora. No lockdown totale, non possiamo permettercelo ma temo che, ahimè, se non cambiano i dati e la curva dei contagi, sarà necessario, magari più breve di quello della scorsa primavera. Certo il rischio di far schizzare la curva del debito solo per le emergenze e senza una visione strategica è alto. In questo senso, appare a mio avviso sempre più assurdo il No ideologico al Mes. Sarà fondamentale l’analisi dell’indice Rt di cui abbiamo sentito tanto parlare in questi mesi, se sopra la soglia di allarme ci saranno chiusure e restrizioni maggiori e credo che questo sia assolutamente normale e fisiologico, non c’è scelta.
In estate abbiamo un po’ imparato a convivere col virus che era calmo ma era ovvio che riesplodesse con i primi freddi, tipico dei virus respiratori e i dati e lo scenario che abbiamo ci dicono che non è stato fatto quello che si doveva fare per prevenire quanto sta accadendo, il sistema si è trovato nuovamente impreparato, passi una volta ovvero a marzo, ma ora non doveva succedere. In questo momento c’è bisogno di cooperazione, e di oggettività. La situazione dei Pronto Soccorso nell’area genovese è di grande criticità. Vengono messe in campo misure di aumento di posti letto, ma ho la sensazione che si prosegua a rincorrere».

Qualche idea per affrontare la situazione attuale?

«Alcune soluzioni che mi vengono in mente sono: utilizzare le strutture ricettive, in particolare gli alberghi, per ospitare i malati meno gravi, in particolare quelli dimessi dagli ospedali che non possono rientrare nelle loro abitazioni. Una soluzione che garantisca un’assistenza sanitaria ‘leggera’ ai malati che non sarebbero lasciati soli e un contenimento del contagio tra i familiari.
Ancora, realizzare un piano della mobilità che porti a utilizzare per il trasporto pubblico anche i cosiddetti pullman commerciali o quelli inutilizzati. E poi, monitorare costantemente le prestazioni ospedaliere fornite per le patologie diverse dal Covid e, di nuovo, del piano degli ospedali. Assumere subito  a tempo determinato di medici, infermieri e operatori socio-sanitari. Immediata attribuzione di un riconoscimento economico agli operatori sanitari. Occorre infine potenziare subito le squadre che effettuano tamponi e visite mediche a domicilio. Va reso subito più capillare ed efficiente il sistema di tracciamento dei contatti dei casi positivi, fare immediatamente screening di massa, ad esempio, nelle scuole e negli ambienti di lavoro in primis».

Tracciamento dei contagi, un fallimento?

«I tamponi sono rimasti il tallone d’Achille della strategia italiana per frenare la seconda ondata. Se ne sono fatti prima troppo pochi, con differenze troppo marcate da Regione a Regione: una conseguenza del mancato potenziamento dei servizi territoriali deputati al tracciamento e le nuove misure restrittive imposte dall’esecutivo sono una conseguenza delle falle nel sistema di “test & tracing”. Possiamo fare alcune riflessioni sul numeri dei tamponi: sino alle riaperture del 3 giugno dopo il lockdown, il numero medio dei casi testati si è mantenuto stabile intorno ai 35mila al giorno, per poi scendere successivamente intorno ai 25mila al giorno. Solo a partire dalla metà di agosto, a seguito della risalita dei casi, è stato notevolmente incrementato.
Le Regioni, inoltre, rispetto ai laboratori accreditati elencati nella circolare del Ministero della Salute del 3 aprile 2020, ne hanno quasi raddoppiato il numero (da 152 a 270), anche con l’accreditamento di laboratori privati. Tuttavia, non sono note né la quantità di tamponi che i singoli laboratori possono processare quotidianamente, né informazioni quantitative sul personale impegnato sul territorio nel prelievo dei campioni. Le Regioni credo avrebbero dovuto potenziare le attività di testing & tracing, perché nella fase di lenta risalita della curva epidemica la battaglia con il virus si vince sul territorio, non dimentichiamolo!
Considerato che i numeri riflettono comportamenti sociali e azioni di contenimento relativi alle 2-3 settimane precedenti, gli effetti delle misure restrittive del DPCM dello scorso 24 ottobre non potranno essere immediate. In ogni caso, l’entità delle restrizioni stride con il mancato potenziamento dei servizi territoriali deputati al tracciamento, nonostante le risorse già assegnate dal Decreto Rilancio. Io penso che ancora una volta, i ritardi burocratici e i conflitti tra Governo e Regioni, abbiano scaricato sui cittadini la responsabilità del controllo epidemico attraverso moltissime restrizioni delle libertà personali».

Il vaccino sarà la soluzione?

«Oggi conosciamo meglio il virus e lo sappiamo gestire meglio, abbiamo farmaci che funzionano, certo il vaccino sarà la soluzione. Dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, ma prima di poter coprire tutta la popolazione passerà tantissimo tempo. Le prime dosi saranno somministrate presumibilmente nei primi mesi del 2021, poi si continuerà con l’estate ma io credo che per parlare di una copertura totale o quasi bisognerà arrivare alla fine del 2021. Ovviamente è e sarà necessario evitare il sovraffollamento degli ospedali, in ospedale si va se c’è un reale bisogno, viceversa interviene il medico di Medicina Generale. Il MMG cura, rassicura e decide quando è il momento semmai di recarsi in ospedale. Come dicevo all’inizio: Testare, tracciare, isolare! Dobbiamo convivere non solo qualche settimana col virus. Dobbiamo arrivare al vaccino, dobbiamo distribuire bene il vaccino, dobbiamo organizzare una logistica per il vaccino che sia esattamente l’opposto della gestione logistica che è avvenuta per il tampone. Ma non è che una volta che il vaccino arriverà questa “battaglia”, sarà terminata. Ci vorrà molto tempo per dire di esserne fuori, intanto mesi e mesi per vaccinare tutta la popolazione partendo dalle fasce più deboli, gli anziani, i soggetti fragili e poi non dimentichiamo, come avviene per la comune influenza stagionale, non tutti vorranno sottoporsi al vaccino.
Insomma, ci aspettano ancora settimane difficili, bisogna convivere con questo virus. Le tre regole base sempre, facilissime: mascherina e quindi uso di dispositivi di protezione, distanziamento sociale e igiene delle mani. Serve  un piano, una visione, una strategia. Non rincorrere gli eventi, ma prevederli! Questa è sicuramente la strategia migliore, la strategia vincente».

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