Lavagna

A stretto contatto con il virus

Giacomo Risso è da anni un volontario della Croce Rossa italiana

A stretto contatto con il virus
Cronaca Chiavari - Lavagna, 28 Novembre 2020 ore 11:23

Giacomo Risso, 39enne lavagnese, ha prestato servizio presso la Croce Rossa di Lavagna per tanti anni. Oggi, invece, è un milite della Croce Rossa di Riva Trigoso a Sestri Levante. Risso ci racconta, dal punto di vista del volontario, questa seconda ondata di emergenza sanitaria.

La testimonianza

Il Covid esiste. Cosa si sente di dire, lei che lavora sul campo, ai negazionisti?

“Certo che esiste. I miei colleghi ed io lo vediamo quotidianamente, sia in urgenza, sia nei trasporti ospedalieri. Esiste anche un’ambulanza dedicata, riadattata per i trasporti Covid nelle ore diurne. Spesso viene chiesta alla sede Croce Rossa o alla Pubblica assistenza un secondo mezzo dedicato, tanti sono i pazienti da trasferire dall’Area Obi Covid (Osservazione breve intensiva, il pronto soccorso Covid approntato all’ospedale di Lavagna, ndr) all’ospedale di Sestri Levante o al domicilio o presso altre strutture della Liguria. Ai negazionisti non mi sento di dire nulla. Ognuno ha le sue idee, condivisibili o meno”.

C’è differenza tra questa seconda ondata e la prima?

“C’è poca differenza. Forse la prima ondata ha colto tutti di sorpresa per la mancanza di presidi di protezione, e non solo, a livello locale mentre la seconda ondata ci ha visto un po’ più pronti. Noi operatori sul campo e la cittadinanza abbiamo reagito meglio”.

Può spiegarci come sono cambiati, in epoca Covid, i vostri interventi?

“È cambiato l’approccio al paziente quando si tratto di trasporti ospedalieri. Si parte con tutte le precauzioni del caso. Un intervento comporta una vestizione prima di lasciare la sede e poi una svestizione. Indossando la tuta si suda molto, anche da fermo, e quindi l’attenzione rischia di diminuire. Subentra, infatti, una sorta di rilassamento post intervento. È proprio lì che noi soccorritori dobbiamo prestare la massima attenzione a non contaminarci passando una mano sul viso per togliere il sudore o la condensa che si forma all’interno della visiera protettiva”.

Sale l’ansia rispetto al passato per timore di essere contagiati?

“Personalmente ho l’ansia finché non entro in casa del paziente, ma una volta varcata la porta sparisce. La concentrazione è massima per soccorrere la persona. Se ti assale l’ansia il mestiere del soccorritore non fa per te. La paura di essere contagiato, chiaramente, c’è sempre ma se si rispettano tutte le linee guide le probabilità si azzerano. Ogni soccorritore ha una vita privata, un lavoro e, dunque, quando si fa il turno in Croce Rossa si può essere un po’ stanchi, pensierosi o preoccupati e la concentrazione può diminuire. Il rischio di un contagio, quindi, aumenta. Basta una distrazione, anche di una frazione di secondo, per commettere un errore e diventare da soccorritore a paziente”.

Cosa si sente di dire a quei pochi che non rispettano a pieno le norme anti contagio?

“Finché non verrà messo a disposizione un vaccino, l’invito è quello di utilizzare sempre la mascherina, sanificare con gel appositi e, soprattutto, mantenere il distanziamento fisico che ci priva del rapporto umano ma è l’unica strada percorribile”.

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