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L'intervista

“La creatività come risposta al covid-19”

Ha solo 23 anni ma una carriera già avviata negli Stati Uniti: a tu per tu con Giovanni Corrado

“La creatività come risposta al covid-19”
Cronaca Chiavari - Lavagna, 23 Maggio 2020 ore 14:28

Partito a soli 17 anni dal Tigullio per l’America ed entrato a 20 anni come stagista all’ufficio stampa della Casa Bianca: tre anni fa avevamo raccontato la bella storia di Giovanni Corrado, ex studente al Liceo Classico Delpino di Chiavari, cresciuto a Leivi e a Chiavari.

L’intervista

Un vero e proprio vulcano: come ha ben definito Lorella Cuccarini che lo ha intervistato a “La vita in diretta” su Rai 1 venerdì 8 maggio, «un caso più unico che raro». Quando la Cuccarini gli ha chiesto dove vuole arrivare, Giovanni ha risposto:

“Non mi pongo limiti, lavoro ogni giorno e cerco di fare il mio meglio. Io mi vedo al Congresso, quello è il mio sogno e obiettivo. Per ora, agisco giorno per giorno. Il mio lavoro con Vera Cura, realtà incredibile nata in 45 giorni in Italia per aiutare piccole e grandi aziende in tempo di crisi, è un progetto a cui credo molto. E poi continuo a lavorare con le Nazioni Unite e l’Onu a sensibilizzare le persone sull’importanza dei vaccini, ora più che mai”.

Giovanni ha raccontato a Il Nuovo Levante come sta continuando il suo percorso (a destra, le sue ultime tappe) e come ha vissuto questo periodo di emergenza.

Quando è iniziata l’emergenza covid in Italia ti trovavi a Chiavari.

“Sì, ero a far visita a mio padre, che purtroppo ha problemi di salute. Sono state settimane particolari a febbraio. La gente usciva ancora, si sentiva parlare di un certo “coronavirus” ma la società era ancora normale. Poi con il passare delle giornate la situazione si è aggravata. Nessuno poteva sapere realmente cosa stesse per accadere. Arrivato il giorno di tornare a New York da Genova (il 29 febbraio), voli cancellati. Al terzo tentativo il 4 marzo sono riuscito a tornare a New York City. Mi aspettavo molti controlli arrivando dall’Italia e un clima generale di cautela. Invece ho trovato il contrario. Aereoporti intasati, nessuna mascherina, nessun controllo particolare. Era come se la società non avesse ancora captato la gravità della situazione: toccare con mano le differenze tra Italia e Stati Uniti è stata un’esperienza surreale. Sono dovuto restare in quarantena 14 giorni ordinata dal mio datore di lavoro. Dopo non sono potuto tornare in ufficio comunque, a quel punto avevano già mandato tutti a casa a lavorare telematicamente”.

Che differenze sostanziali hai percepito sulla gestione dell’emergenza tra Italia e Usa: c’è qualcosa che si poteva prendere a modello l’uno dall’altro?

“Penso che il covid abbia restituito all’italiano medio un certo senso di patriottismo che non avevo mai visto nella mia vita. L’italiano è spesso rapido a criticare il suo Paese, le sue istituzioni, e soprattutto i politici. Invece ora non vedo più questa cosa, siamo fieri del nostro Paese, pensiamo a cose che vanno al di là di noi stessi, e facciamo la voce grossa quando altri Paesi provano a screditarci. Questa cosa mi piace, mi ha fatto sentire più italiano e chiavarese che mai. Anche a livello locale, faccio i miei complimenti al sindaco Marco Di Capua, che seguo spesso e volentieri sui social. La risposta italiana secondo me è stata adeguata in generale, con alcune pecche a livello di battibecchi politici senza senso tra il premier e l’opposizione. Ma c’è stato anche un grosso problema di comunicazione: le normative entrano in vigore, ma gli italiani non sanno interpretarle! La gente non sa cosa può o non può fare, sembra sia quasi necessario essere dei giuristi per capire queste ordinanze nazionali, regionali, e locali.

Negli Stati Uniti, invece, la risposta a livello sanitario è stata pessima. Non lo dico io, i dati parlano chiaro. Non stiamo facendo abbastanza test, l’americano medio non ha l’assicurazione necessaria per coprire eventuali costi sanitari. In più, abbiamo il potere in mano ai 50 governatori dei 50 Stati. Questo porta inevitabilmente a differenze di approccio, però non ci sono confini. Quindi gli sforzi di uno Stato vengono immediatamente vanificati quando gente di altri Stati, che magari non hanno preso la situazione troppo sul serio, viaggiano e contagiano altri. L’Italia, a mio parere, dovrebbe essere presa come modella per quanto riguarda la solidarietà nazionale, l’impegno costante di tutti gli operatori sanitari e la tenacia dei nostri giovani portati allo stremo dalla malattia stessa e le consequenze”.

Un tema che ti sta a cuore è quello della creatività, fondamentale anche in tempo di pandemia: ce ne vuoi parlare?

“È il tema che senza dubbio mi affascina di più. Vediamo artigiani reinventarsi, piccoli commercianti cambiare il loro modo di operare per far fronte a queste difficoltà anche durante la fase due. Vediamo realtà come Vera Cura, un network internazionale fondato da giovani imprenditori supportati da grandi istituzioni ed imprese, che hanno saputo cogliere la crisi come opportunità per aiutare piccoli e grandi aziende. Vera Cura è una realtà bellissima, nata in 45 giorni per far fronte a situazioni terribili ma con una positività e voglia di mettersi in gioco molto americana. È questo che ho sempre cercato, e spesso non trovato, nell’Italia che vorrei. L’Italia del futuro pensa in grande, non si fa problemi a supportare altri senza lucro, e soprattutto si rinnova per un mondo che cambia ed incentiva la meritocrazia tra giovani.

Alla fine il mio messaggio non cambia: politici italiani, partiti, e istituzioni si devono mettere in testa che per mantenere il passo con altri Paesi dobbiamo cambiare mentalità verso le nuove generazioni. Basta inciuci di partito a porte chiuse, é l’ora di avere primarie. Basta test d’ingresso senza senso per facoltà. Non ci vuole un test per entrare a medicina con domande su chi ha vinto il Grande Fratello nel 2013. Infine, ci vuole meritocrazia e competizione. Basta raccomandati, basta pensare che bisogna avere più di una certa età per ricoprire un ruolo di leadership nelle imprese.

Io a 23 anni già faccio il manager, ho tanto da imparare? Sicuramente. Ma in America ti danno l’opportunità di fare di più, questo in Italia ancora manca. La nuova generazione è molto sensibile a temi sociali ed economici. Una realtà come Vera Cura mette insieme gruppi di persone sensibili ai temi sociali. Negli anni, ognuno di loro ha portato questa attenzione nei propri ambiti di ricerca e di lavoro. Visioni del mondo condivise e stima reciproca li uniscono nell’impegno di sviluppare ciò in cui credono: il bene comune.

Io alla fine mi sento italiano, e per quanto mi possa piacere la mia vita americana, ora più che mai ho capito quanto ci tengo ad aiutare i miei cittadini”.

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