L'INTERVISTA

«Il covid-19 è come il fuoco sotto la cenere: continuiamo ad essere sempre prudenti»

Parla Monica Bonfiglio, 56 anni, direttore della Struttura Complessa Anestesia Uti-Rianimazione-Centro Medicina del Dolore dell’Asl 4 che in queste settimane ne ha viste di tutti i colori

«Il covid-19 è come il fuoco sotto la cenere: continuiamo ad essere sempre prudenti»
Chiavari - Lavagna, 29 Giugno 2020 ore 09:30

In oltre trent’anni di servizio non ho mai visto una cosa del genere e spero di non rivederla mai più. Ora però è importante più che mai non abbassare la guardia». Coronavirus nel Levante, fase 2: dopo tanta fatica si riparte, ma non è tutto finito.
Ne abbiamo parlato con Monica Bonfiglio, 56 anni, direttore della Struttura Complessa Anestesia Uti-Rianimazione-Centro Medicina del Dolore dell’Asl 4 che in queste settimane ne ha viste di tutti i colori.

L’intervista

Dottoressa, partiamo dal presente per poi ripercorrere con la memoria questi mesi a dir poco infernali: com’è la situazione ora? Da quello che ha potuto vedere, ritorneremo ad un’altra ondata o si può stare tranquilli (con le dovute precauzioni)?
«Posso dire che il comportamento adeguato dei concittadini ci ha portato a svuotare le Rianimazioni e a chiudere Reparti Covid. Non so dire cosa succederà, io lo immagino un po’ come il fuoco sotto la cenere. Dovendo convivere con questo virus subdolo dovremo continuare a mantenere comportamenti prudenti per evitare l’insorgenza di nuovi focolai».

Che idea si è fatta del coronavirus sino ad oggi?
«Che è una malattia subdola: diagnosticarla è piuttosto semplice, è più dura prevenirne l’evoluzione.
Principalmente abbiamo assistito a tre ondate nel Levante: la prima riguardava 70enni; poi sono arrivate persone molto più giovani, anche di 40-30 anni; infine, la grande ondata con pazienti anziani. Il covid-19 ha colpito tutti, in maniera diversa: ovviamente chi aveva già comorbidità h avuto più difficoltà e meno chanche rispetto d una persona sana, ma non ha risparmiato nessuno: ha toccato ad esempio anche giovani sportivi (il video girato dall’Asl 4 dentro il reparto Covid di Sestri Levante ne ha mostrato alcuni, ndr). Chi ha organi giovani ha potuto difendersi meglio se supportato adeguatamente, ma la fatica per uscirne c’è stata comunque. E’ una malattia subdola perché può portare a diverse complicanze – renali, celebrali e così via – e quando si evolve mette ovviamette in difficoltà il sistema e i percorsi per gestirla: è stato fatto un grosso sforzo organizzativo in questo senso».

In oltre 30 anni di carriere, aveva mai assistito ad una situazione del genere?
«Mai. Quando ci siamo resi conto che a Genova la capienza era al limite, ci siamo reinventati, è stato un bel lavoro perché la macchina ospedaliera si è completamente reinventata: tutti erano consapevoli della necessità di adattarsi in maniera veloce e coordinata, e ognuno ha fatto la sua parte».

Nei mesi scorsi la diffusione del coronavirus ha richiesto un adattamento del servizio di Anestesia e Rianimazione  con l’apertura di una Terapia Intensiva Respiratoria dedicata ai pazienti Covid-19  positivi con polmonite grave: come avete affrontato l’emergenza? A quali difficoltà siete dovuti andare incontro e come le avete risolte?
«Il progetto regionale iniziale prevedeva di centralizzare sull’ospedale San Martino di Genova i nostri pazienti con polmonite grave; l’onda pandemica si è però rivelata ben superiore al previsto insufficiente a soddisfare anche le richieste del nostro territorio.
Per fortuna avevamo già elaborato un piano B insieme all’ufficio tecnico, all’ ingegneria clinica e al SPP: realizzare, ex novo, un reparto di Terapia Intensiva Covid nelle sale operatorie del polo ospedaliero di Sestri Levante. In pochi giorni sono stati realizzati tutti gli interventi strutturali e impiantistici necessari, sono stati trasferiti gli elettromedicali, ventilatori, pompe infusionali, letti e tutto quanto necessario».

L’emergenza ha fatto cadere molte barriere.

«Senza dubbio. In tempi normali sarebbe stato impensabile, ci sarebbero voluti mesi se non anni. La motivazione in tutti è stata fortissima e su tutti i versanti ognuno ha fatto la sua parte. Per la nostra azienda, che ha un bacino di utenza piccolo rispetto al resto della Liguria e tarato nel servizio di Anestesia, tenere due Rianimazioni impegnativo dal punto di vista organizzativo, è stato un impegno non da poco. Prezioso è stato il contributo dei trasportatori, della farmacia, degli informatici e dell’impresa di sanificazione».

Quante persone avevate ricoverate in Rianimazione?
«38, con patologie ed età diverse».

Sempre in base a quello che ha potuto osservare in queste settimane, il covid può causare danni permanenti? Se sì, quali?
«Nei pazienti più gravi, quelli che hanno sviluppato ARDS, il danno permanente è costituito dalla riparazione del tessuto interessato: nel caso del polmone con fibrosi polmonare. Per gli altri organi siamo ancora in fase di studio e saremo in grado di fare questa valutazione in modo più accurato dopo aver rivisto i nostri pazienti per il follow up».

Tra i vari problemi legati all’emergenza, anche quello relativo all’impossibilità, per le famiglie, di stare vicino ai loro cari nel momento del bisogno.
«Questo aspetto nei reparti l’abbiamo sentito tantissimo, è come se avessimo avuto una responsabilità in più: un famigliare vicino al paziente malato spesso lo rassicura e lo conforta. Nella drammaticità abbiamo cercato di portare qualche sorriso in reparto non per leggerezza, ma per sollevare l ‘umore e donare un sorriso».

Cosa ricorderà dell’intenso lavoro di squadra delle scorse settimane?
«Ricordo ancora con emozione la prima riunione con i miei collaboratori con convocazione per la domenica mattina 8 marzo: mai avrei immaginato di chiedere di scendere in trincea a combattere un nemico sconosciuto. Tornando a casa, qualcuno ha mandato la famiglia nella casa di campagna, qualcun altro ha lasciato la sua casa per paura di portare il contagio ai propri cari. Da quel giorno è stato un susseguirsi frenetico di operazioni per la messa a punto del nuovo reparto.
Tutti hanno fatto la loro parte accettando di mettersi in gioco: chi affrontando la nuova malattia nella Rianimazione covid, chi restando in quella di Lavagna a curare i pazienti non covid o ancora chi in sala operatoria a Lavagna a salvaguardare le necessità dei pazienti da operare per traumi, urgenze o interventi oncologici non differibili.
Sono stati mesi faticosi sia fisicamente che psicologicamente, ma mai come in questa occasione abbiamo dato prova di essere una squadra unita ed affiatata».

Claudia Sanguineti

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