Cronaca
Il racconto

La massacrante giornata del personale sanitario nel reparto dedicato al Covid-19 a Sestri Levante

La routine di un’infermiera come Lina Angiolani è cambiata radicalmente: la sua testimonianza

La massacrante giornata del personale sanitario nel reparto dedicato al Covid-19 a Sestri Levante
Cronaca Sestri - Val Petronio, 28 Marzo 2020 ore 08:47

Dall’oggi al domani, la nostra vita è stata completamente stravolta! Parola di infermiera. Sì, perché se fino a una settimana fa si sperava che il Covid-19 potesse essere contenuto e trattato a Genova, all’improvviso, anche a Sestri Levante, interi reparti sono stati smantellati: fuori armadietti e dotazioni standard per far spazio a monitor, respiratori e tutto il necessario. Operazioni coadiuvate da coordinatori e capisala «in gamba: le persone giuste al momento giusto», ma neppure il tempo di completare il riallestimento che già i primi pazienti varcano la soglia.

La massacrante giornata del personale sanitario nel reparto dedicato al Covid-19 a Sestri Levante

La routine di un’infermiera come Lina Angiolani - e insieme a lei di tutto il personale medico impegnato nella dura battaglia - muta radicalmente: ora è scandita da frenesia e preoccupazioni, scrupolosità maniacali e una fatica mai provata, persino nelle azioni più semplici. «Devi imparare a vestirti e bardarti di tutto punto, e a svestirti in modo tale da non rischiare contaminazioni». Prima di accedere alla zona rossa, «indossiamo la divisa, due paia di soprascarpe, sovrapantaloni, camice, copricollo, due cuffiette in testa, una mascherina “che speriamo solo sia quella giusta” e caschetti con visiera gentilmente donatici da un negozio – ci racconta – E poi tre paia di guanti, uno sull’altro, che fanno perdere quasi del tutto la sensibilità alle mani, rendendo addirittura complesso il banale prendere appunti o digitare al computer gli esami e le richieste terapeutiche di ogni paziente. Figuriamoci un prelievo». Ma se le preoccupazioni fossero queste, nessuno di loro batterebbe ciglio.

Dentro alla zona rossa

Varcata la porta metallica che li separa dalla zona rossa «entri in un paesaggio lunare, con soffitti più bassi e tapparelle semichiuse per non urtare la sensibilità oculare dei pazienti». Per parlare e comprendersi, medici e infermieri sono quasi costretti ad urlare, di persona o in vivavoce all’interfono, mentre i nomi scritti a pennarello sulle divise appaiono come l’unico tratto distintivo di quegli eroici esploratori lunari in missione tra i letti di chi soffre.

Turni estenuanti di otto o dieci ore, «che sia giorno o notte, poco cambia: sai quando entri ma non quando esci» e la corsia si trasforma in una prova di resistenza fisica. Una volta entrati «non puoi più bere, mangiare, toccarti il viso o svestirti» e neppure espletare bisogni fisiologici, perché ognuna di queste banalissime azioni potrebbe aprire il varco a potenziali fonti di contagio. Casco e mascherina stringono saldamente il viso, lasciando sulla loro pelle segni visibili per diverse ore. Ed ogni azione va ponderata attentamente perché le protezioni si possono strappare e «le mascherine sono talmente dense che anche un passo più veloce del solito, come siamo abituati a fare quando suona un campanello, ti fa mancare letteralmente il respiro». Ma neppure questo fa battere loro un ciglio.

Il rapporto coi pazienti

Sui letti d’ospedale, chi indossa il caschetto per la ventilazione non è in grado di parlare o sentire ciò che gli dicono i medici, «e allora ci scambiamo messaggini su un foglietto, riuscendo a farci capire e a tranquillizzarli, spiegando loro il perché di attrezzature così invasive o fornendogli qualche parola di conforto». «Nel limite del possibile cerchiamo di dargli un po’ di affetto. Molti sono spaventati o soffrono la lontananza dai propri cari, ma c’è chi reagisce con una forza d’animo speciale e chi si aggrappa saldamente alla propria fede in Dio». Assistere persone con gravi difficoltà respiratorie è lancinante, «ti strappa il cuore sentirti dire da un paziente “sono anziano, so già come finirà”», eppure ogni giorno medici e infermieri sono lì, al loro fianco, a combattere insieme il nemico invisibile.

«Quel che fa rabbia, alle volte, è ricostruire le motivazioni del contagio». Intere famiglie ricoverate, pur non vivendo sotto lo stesso tetto, solo perché magari non hanno compreso che l’imperativo “state a casa” non vuol dire ritrovarsi a pranzo con tutti i parenti. «C’è qualcosa che non va, che non vogliamo capire: se non si resta a casa non ne usciamo più; se a fare la spesa non va uno solo, tutto questo è inutile».

La paura di tornare in famiglia

C’è poi un’altra grande battaglia che ogni medico e infermiere affronta con sé stesso: la paura di tornare alla propria dimora per la remota eventualità di diffondere il virus, nonostante le centinaia di precauzioni prese e le scrupolose sanificazioni quotidiane. «Vivendo da sola, ho la fortuna di essere riuscita a sistemare i miei affetti e di non avere più contatti fisici con loro dal 23 febbraio, ma per la maggior parte di noi non è così». C’è chi tra le mura domestiche è atteso dai figli piccoli, dalla moglie o dal marito, e chi dai genitori che magari sono già in condizioni di salute non certo ottimali. «Il timore di poter contaminare i nostri cari è davvero una questione sentita, perché solo pochi di noi sono nelle condizioni di non avere un simile cruccio continuo».

Neppure tutto questo, però, può fermarli, e la battaglia continua senza tregua. Sono eroi, è vero, ma sono prima di tutto esseri umani, e così, i crolli emotivi diventano inevitabilmente un problema all’ordine del giorno. «Dare assistenza al meglio non è facile, ve lo assicuro. Io credo di vivere in un perenne stato di tranquillità apparente, per ora reggo bene, ma non è così per tutti – è semplicemente umano - E neppure potrei dire quanto saremo cambiati nel profondo una volta che tutto questo, finalmente finirà».

Lina, dal canto suo, può contare su una formazione emergenziale maturata in 27 anni di servizio, con missioni volontarie tra le devastazione di alluvioni e terremoti, vivendo nel continuo timore di nuove scosse. E poi lo scenario brutale della guerra del Kosovo: «Lì non avevamo niente, nemmeno l’acqua che arrivava solo con le autobotti. Eravamo due infermieri in un campo profughi da 700 persone, ma sentivo di essere utile e stavo bene. Certo, la paura di contrarre malattie non mancava, ma poteva trattarsi di dissenteria, non di coronavirus. Questa è tutta un’altra guerra» che medici e infermieri sono pronti a combattere: «Ci scambiamo continuamente competenze, perché in corsia c’è inevitabilmente anche chi - magari abituato ad altre mansioni - non ha mai avuto a che fare con respiratori o situazioni analoghe. Ci facciamo forza l’un l’altro, scambiandoci talvolta una battuta o un impercettibile sorriso che in momenti come questi può voler dire tanto, perché per poter aiutare gli altri dobbiamo prima di tutto resistere noi. Ma ne son certa: tutti insieme ce la faremo!».