La Corte d’Assise di Genova ha pronunciato pochi minuti fa la sentenza di primo grado del processo sul caso Nada Cella: Anna Lucia Cecere è stata condannata a 24 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato da futili motivi esclusa la circostanza aggravante della crudeltà. È lei la colpevole, secondo la Corte di Genova, per la morte della giovane segretaria genovese. Il suo datore di lavoro Marco Soracco è stato condannato per favoreggiamento a due anni di reclusione sospesi per condizionale. Le motivazioni della condanna sono attese entro novanta giorni. Si tratta di un giudizio di primo grado contro cui i legali di Cecere annunciano già il ricorso in appello.
La Procura aveva chiesto l’ergastolo per Anna Lucia Cecere, accusata dell’omicidio, e 4 anni per il commercialista Marco Soracco, imputato per favoreggiamento insieme alla madre. Secondo l’accusa, il delitto maturò per gelosia, in un contesto di tensioni personali mai del tutto chiarite.
La difesa puntava invece sull’assenza di prove scientifiche certe, definendo l’impianto accusatorio un “mosaico di sospetti” costruito troppo tardi. L’imputata ha atteso l’esito nella sua casa in Piemonte. La madre di Nada, Silvana Smaniotto, dopo decenni di battaglie e archiviazioni, ha scelto di non essere in aula: troppo forte il peso di un’attesa durata una generazione.

Le reazioni
“Non ci credo. Non è vero” le prime parole di Silviana Smaniotto. “Non riesco a parlare, non è felicità questa, perchè se siamo qua è perchè una ragazza è morta. Non me lo aspettavo” le prime parole della criminologa Antonella Delfino Pesce subito dopo la lettura della sentenza. Delfino Pesce ha atteso la sentenza a Chiavari insieme alla mamma di Nada, Silvana. “Sono scoppiata a piangere. È stata una deflagrazione emotiva per tutte e due. La giustizia ce l’ha fatta, anche se con trent’anni di ritardo. Abbiamo sempre avuto il vento contro. La Procura è stata eccezionale”.
“Giustizia è fatta. Non è questione di anni ma che sia riconosciuto un colpevole. Pensavo che Chiavari avesse dimenticato Nada: non era così” ha dichiarato la cugina Silvia Cella. “Non sono giudice – ha aggiunto -, è il loro lavoro, un lavoro molto difficile. È una cosa emozionante, stranissima, sono passati 30 anni, qualche anno fa non lo avrei mai sperato”. “Pensavo che Nada fosse stata dimenticata – ha detto ancora -. Trent’anni sono tanti, perché quello che gli investigatori hanno ora lo avevano anche 30 anni fa. Per cui sarebbe stato molto più semplice. Hanno lavorato sulle stesse cose gli investigatori e la Procura e hanno fatto un lavoro epocale, immenso, perché, sentendo le persone dopo 30 anni, i ricordi svaniscono, si ricordano cose diverse, è difficilissimo”. “Non ho ancora capito quello che è successo, Nada non torna più ma giustizia è fatta”, ha concluso.

“Non me l’aspettavo, pensavo che venisse riconosciuta la mia estraneità. Prendiamo atto di quello che ha deciso la Corte. Ci opporremo nel prossimo grado. È inaccettabile. La condanna alla Cecere? Penso alla mia posizione. Come ho sempre detto fin dall’inizio la conoscevo solo superficialmente. Se il giudizio è fondato è stata fatta giustizia, se non è fondato invece no”. Così il commercialista Marco Soracco, commentando la sentenza di condanna a due anni per favoreggiamento nel delitto Nada Cella, commesso a Chiavari, in provincia di Genova, il 6 maggio 1996.
(notizia in aggiornamento)