Cronaca
La testimonianza

Trovarsi dall’"altro lato" in un giorno qualunque senza lavoro e senza casa

Natale Baratta, 63 anni, racconta i suoi ultimi mesi fuori dalla vita “normale”; un racconto che risale a qualche giorno fa, prima del grande scoppio dell'attuale crisi, ma che a maggior ragione merita di esser letto in queste ore: #iorestoacasa, ma chi una casa non ce l'ha?

Trovarsi dall’"altro lato" in un giorno qualunque senza lavoro e senza casa
Cronaca Chiavari - Lavagna, 15 Marzo 2020 ore 16:54

"Mi sono trovato una mattina di luglio, senza lavoro, senza una casa, senza affetti né amici".

Inizia così il racconto di Natale Baratta, 63 anni, che accetta di raccontare a Il Nuovo Levante un piccolo spicchio della sua storia. Un racconto che risale a qualche giorno fa, prima del grande scoppio dell'attuale crisi: ma che a maggior ragione

Povertà, il punto di vista diverso

E’ un’esperienza che fa riflettere, che fa capire quanto tutta la vita alla fine sia solo... un punto di vista. Dipende da che parte la guardiamo e la viviamo. E a “passare dall’altra parte” ci si mette un attimo, alle volte.

"Fino a qualche mese fa ero una persona “normale” - racconta - avevo una casa, una compagna, un’auto, un televisore, amici e un lavoro che mi permetteva tutto questo! Ma è solo per questo che siamo normali? O piuttosto siamo diventati così amorfi di fronte a certe persone che non riusciamo a renderci conto che potrebbe succedere anche a noi, di perdere il lavoro, la casa e ritrovarci con le spalle al muro senza sapere che fare?".

Dopo aver passato luglio, agosto, settembre a chiedere aiuto a tutte le persone che conosceva ("Ed erano tante"), dopo aver fatto il giro di bar, ristoranti, pizzerie, alberghi, fornai, ed anche banchi di frutta al mercato, cercando qualunque lavoro, "lasciando giù le mie lacrime e numero di telefono", Natale decide di rivolgersi agli assistenti sociali, alle istituzioni "e chiunque fosse preposto o credevo fosse tale, a dare una mano a un uomo, un cittadino che si trova in difficoltà come lo ero (e sono ancora) io, in quel momento".

Le risposte sono sempre le stesse:

"Se salta fuori qualcosa, le faremo sapere".

"Arriva dicembre - racconta Baratta - e quel “benedetto” giorno di Natale, sono solo: nessuno si ricorda di avere un parente, un amico, un conoscente con il mio nome (e dire che il mio nome di battesimo è Natale, difficile pensare che lo abbiano dimenticato!), quindi il telefono resta in silenzio! Decido di andare al pranzo della Caritas, non tanto perché è gratis, piuttosto per vedere gente e parlare con qualcuno".

C’è un sacco di gente fuori ad aspettare che aprano il cancello. E infatti, puntuali, alle 12.30 il cancello si apre, con un prete in borghese e altri 7-8 volontari che fanno entrare i presenti.

"Il cibo é buono e abbondante e molte persone prendono anche due porzioni, un pranzo davvero ricco! - ricorda Natale - Mi metto in un angolo alquanto defilato, con le spalle appoggiate al muro, e guardo quella gente, quelle persone a me sconosciute, una umanità che non ho mai incontrato, né alla quale, mai, mi sono avvicinato, tanto meno condiviso un pasto! Un pensiero fisso, una domanda mi martella il cervello, bloccato da quell’unico pensiero: che ci faccio qui? Perché a me? Ma sta succedendo davvero?".

"Penso di aver mangiato un boccone di ogni piatto che mi portavano i volontari, sempre con un sorriso gentile. Ringrazio, assaggio ma non riesco a mandare giù, nel frattempo le lacrime mi riempiono il viso e scendono copiosamente, ma in silenzio! Soffio il naso, asciugo gli occhi, e sorridevo. E loro ricominciano a scendere più di prima! Se ne accorge qualcuno e mi trovo a parlare con un prete di “situazione momentanee” e di “ricominciare”! Parole di conforto, di circostanza che scivolano e vanno via in fretta! Ringrazio il prete, saluto e me ne vado".

Qualche giorno dopo Natale si reca all’ufficio ascolto, sempre della Caritas (nel frattempo l’assistente sociale aveva avvisato della sua situazione) e qui gli offrono di dormire nella loro struttura per persone senza fissa dimora, per superare il freddo rigido di gennaio, stare al caldo, ma solo per 15 giorni.

"Ho deciso di accettare, e qui sono andato incontro ad una esperienza che ognuno dovrebbe fare almeno una volta nella vita, altro che “giro del mondo”! Per conoscere da vicino delle persone, che persone non sono più considerate, ma straccioni, vagabondi, alcolizzati, ladri, sporchi, negri, zingari… gente da evitare e da tenere ai margini. E per qualcuno sarà anche vero, ma non per tutti, ci sono persone che hanno scelto di fare quella vita, ognuno con un carico alle spalle che si dovrebbe conoscere... e poi giudicare!".

Così Natale incontra tante persone, giovani e anziani, ognuno con una storia pesante sulla schiena:

"Ho conosciuto un’artista diplomata alla scuola d’arte, una ritrattista favolosa che non ha finito le scuole per andare a lavorare e mantenere la madre malata. Morta la madre, perso il lavoro, la casa e unica via... la strada! E poi un uomo che possiede teoricamente una casa, dove vive la sorella col marito con cui non va d’accordo e da 10 anni dorme in una stazione, aiuta in una mensa ed in cambio gli danno da mangiare, ma non da dormire! Ancora, un ragazzone di colore che viene dal Ghana, gentile ed educatissimo, mi ricordava il gigante buono del film “il miglio verde”.

Una coppia di Pavia, lei un po’ “lenta” e lui che gli fa da padre e marito, magari un pochino sopra le righe, ma che stanno insieme da 20 anni… da 20 anni per strada, senza mai una casa! Siccome bevono un po’ tanto, la madre di lei non li vuole vedere neanche con il binocolo!".

E allora è inevitabile farsi domande sulla “normalità”:

"Non riusciamo a renderci conto che potrebbe succedere anche a noi, di perdere il lavoro, la casa e ritrovarci con le spalle al muro senza sapere che fare? Non avere i soldi per comprare da mangiare, un caffè al bar, le sigarette…. Non avere nessuno che ti affitta una casa, un buco dove poter dormire? Che cosa faremmo, noi, se ci capitasse una disgrazia come queste?".

Per fortuna, a queste persone, qualcuno che si sforza di dare una mano c’è:

"Certo non è la panacea, non riescono a fare di meglio, ma almeno lo sforzo e l’intenzione esiste - dice Baratta -. Ci sono i volontari della Caritas, che con tanti limiti, tante difficoltà, riesce ad assistere e aiutare tante persone! Gente che gratuitamente mette a disposizione del tempo, per dare una mano a queste persone, non sempre ricambiati, riconosciuti e ringraziati per il lavoro che svolgono! Ecco, io nel mio piccolo voglio ringraziare queste persone, che non vogliono neanche dire i loro nomi, perché lo sforzo è, e deve essere, collettivo, di tutti, senza personalismi, anche se qualcuno si differenzia sempre, per gentilezza, cordialità, disponibilità. A volte un sorriso vale più di una carezza, di un “ci sono”… e nella vita di tante persone, di queste persone, spesso manca, non sono più abituati a ricevere gentilezze e cordialità dalle persone cosiddette “normali”!

Vorrei dire alle persone “normali” quelle che hanno una vita tranquilla, di essere più tolleranti, ma soprattutto dire a quelle persone, di cui non posso fare i nomi, ma spero lo leggano qui, il mio grandissimo “Grazie”!",