Ucciso nel corso di un TSO: «Occorre fermarsi e riflettere»

La lettera aperta di Gianluca Seimandi, educatore sociale chiavarese, che invita a riflettere dopo il caso del ragazzo morto per TSO

Ucciso nel corso di un TSO: «Occorre fermarsi e riflettere»
Cronaca Chiavari - Lavagna, 03 Luglio 2018 ore 12:14
Dopo il tragico fatto di cronaca avvenuto domenica 10 giugno a Genova, dove un giovane di 21 anni è rimasto ucciso nel corso di un TSO, un educatore sociale chiavarese, Gianluca Seimandi, ha scritto una lettera aperta, in cui intende fare una riflessione.

Ucciso nel corso di un TSO, la riflessione di Gianluca Seimandi

«Nella mia carriera mi è capitato di affrontare diversi TSO. Attraverso il potere della parola, si è sempre cercato di trasformarli in ricoveri volontari. Fra le forze dell’ordine ho trovato molta umanità e comprensione, cercando di ridurre al minimo l’impatto di coercizione insito in una pratica istituzionale, il TSO, che è per definizione stessa strutturalmente violenta. Raramente mi sono trovato di fronte ad agenti che affrontavano una tale situazione con la superficialità operativa dettata dal dispositivo. Nel caso di Genova, ho solo sentito un pensiero non approfondito, distante, con frasi degne del peggior tifo calcistico, come se il sofferente, fosse ascrivibile ad una categoria da escludere e contenere, considerandola come una “cosa” da spostare, con la quale non si può stabilire il minimo legame».

“Quanto bisogno c’è di darci e di dare voce”

«In tale logica si ascrivono i fatti che hanno portato alla morte del ragazzo. Ucciso con 5 colpi di pistola a fronte di un intervento, mi pare, anche fuori dall’ambito protocollare, dove la sua escandescenza, che peraltro era rivolta a se stesso (si stava procurando ferite autolesive), non è stata interrogata. Lui si è deformato erroneamente in un pericolo per la società. Attraverso il proprio corpo, le pratiche autolesive, questo ragazzo probabilmente stava chiedendo quanto valesse. Lo stava chiedendo al mondo esterno che lo circondava. La risposta è stata quei colpi di pistola: nulla. Questo tragico epilogo mi ha interrogato: mi chiedo, ancora una volta, quanto bisogno sociale c’è di dare voce ai soggetti. Di darci voce».
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