LA VISITA SPECIALE

Spie, radio e storie di mare: alla Caserma di Chiavari la storia prende vita

Il nostro viaggio dentro la Scuola della Telecomunicazioni

Spie, radio e storie di mare: alla Caserma di Chiavari la storia prende vita

Immaginate di varcare i cancelli di una caserma militare e ritrovarvi, un secondo dopo, a viaggiare nel tempo tra spie, canzoni incise 120 anni fa su rulli di cera e antiche rotte tracciate guardando le stelle. Siamo andati a curiosare dentro la Caserma “Giordano Leone” di Caperana, a Chiavari. Qui, dove c’è la Scuola Telecomunicazioni delle Forze Armate, si nasconde un tesoro diviso in due: la Sala Storica della Scuola e il Museo Marinaro “Tommasino-Andreatta”. Ad accoglierci ci sono i volontari dell’Associazione culturale “Il Sestante”: è grazie alla loro passione se questi oggetti non sono solo ricordi conservati, ma storie vive che rinascono ogni volta che c’è qualcuno pronto a raccontarle e qualcun altro ad ascoltarle.

Un viaggio nella storia

La cura e le visite guidate sono infatti dall’associazione chiavarese che accoglie i gruppi nella “Sala delle Stelle”, dove viene spiegato l’itinerario di visita; qui viene esposto anche un planetario virtuale ed un grande astrolabio gemello di quello dell’Accademia Navale di Livorno. L’associazione mantiene anche conferenze su astronomia nautica e meteorologia.

Sono mondi nei mondi da scoprire. A farci gli onori di casa e introdurci nel percorso museale è il capitano di fregata Gianni Enrico. Alla fine del giro, quasi a voler stringere un cerchio tra passato e futuro, ci viene a trovare anche il capitano di vascello Stefano Cossu, che dal settembre 2025 è il comandante della Scuola.

Per la parte delle telecomunicazioni ci affidiamo a Paolo Serravalle, che ci porta dritti davanti ai pezzi più curiosi. Impossibile citarli tutti, è un fiume in piena. Qui dentro sono conservate apparecchiature e strumenti di comunicazione di tutte le epoche, con particolare attenzione a quelle utilizzate presso la Scuola dalla sua fondazione (1952) con lo scopo di tramandare le tradizioni e le memorie del Reparto: si passa dai moderni apparati di telecomunicazione militare, alle prime macchine cifranti, sino alle radio campali dell’Esercito Italiano, le telescriventi e i sistemi satellitari. Ci colpisce un enorme trasmettitore di fabbricazione americana che sembra uscito da un film di spionaggio:

«Questo bestione – ci spiega Serravalle – permetteva collegamenti a grandissima distanza. Si parlava tranquillamente dall’Europa all’Inghilterra».

E poi, dal nulla appare una specie di sirena che serviva ad avvisare il passaggio delle navi quando la nebbia cancellava l’orizzonte.

Ma il vero colpo al cuore è il modello dell’Elettra, il leggendario panfilo di Guglielmo Marconi. Moltissime sezioni del museo sono state curate da Giancarlo Boaretto che oggi non è presente, ma la sua mano si vede ovunque. Serravalle ci racconta la fine ingenerosa di quella nave mitica:

«Su quel panfilo Marconi ha fatto la storia, portando avanti tantissimi esperimenti. Poi, purtroppo, è finita malissimo: i tedeschi l’hanno usata per scopi militari, gli inglesi l’hanno bombardata spezzandola in due e alla fine gli italiani l’hanno smembrata. Oggi i suoi pezzi si trovano sparsi un po’ ovunque».

Al museo però sono rimaste le cuffie originali estratte dall’Elettra, una storia legata per sempre al nostro territorio.

Ma non finisce qui: tra mappe e modellini spuntano anche le macchine per i messaggi in codice e i rulli di cera di Edison. Serravalle ne prende uno con cura:

«La cera è consumata come quella di un vecchio disco. Li conserviamo avvolti nel cotone dentro le scatole, perché se fa troppo caldo si squagliano».

Fa partire il meccanismo e nella stanza risuona una musica antica di 120 anni. Poi ci smonta un mito sull’alfabeto Morse:

«Se provate a ricordare “punto-linea” non se ne esce. Bisogna memorizzare il suono. È un alfabeto sonoro, a tutti gli effetti la prima vera comunicazione digitale della storia». C’è persino la trasmissione ottica, che si usava per parlare con la luce senza farsi sentire dai nemici.

La parola passa ad Antonio Gattarello che, insieme a Francesco De Martino e a Vincenzo Gaggero (il presidente del Sestante), ci porta tra le memorie del mare. Qui entriamo nella ricchissima raccolta di attrezzi da lavoro originali dei vecchi cantieri navali “Tappani-Gotuzzo”. Sono strumenti antichi che i volontari spiegano ogni giorno ai bambini delle scuole in gita o agli adulti che visitano il museo (rigorosamente previa prenotazione). Gente che oggi, cresciuta a pane e smartphone, davanti a quegli oggetti di legno e ferro non sa manco a cosa servano o come facessero a plasmare i mitici leudi.

«Tutto quello che vedete qui è analogico, non digitale», esordisce Gattarello indicando strumenti che oggi sembrano preistoria ma che un tempo salvavano la pelle ai marinai. «Prendiamo il sestante: un metro per misurare le lunghezze, con la sua complessità. Serve a calcolare la distanza tra l’orizzonte e una stella. Poi, usando le tavole nautiche e facendo calcoli importanti, quella distanza si trasporta sulla carta per fissare il punto e capire dove diavolo ci si trova».

Lì vicino spunta una meridiana tascabile in legno d’olivo del 1711: bastava un forellino, un raggio di sole, e sapevi l’ora esatta.

Ma non finisce qui: la storia con la S maiuscola ci viene incontro con la preziosa sciabola dell’ammiraglio Enrico Millo e i documenti del partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”, che era in servizio in questa caserma proprio nei giorni dell’armistizio. Tra modelli di sommergibili fatti da Franco “Mario” Tommasino, una collezione di 3mila conchiglie rare catalogate da Adele Gotuzzo e una plancia di comando con tanto di simulatore per provare a timonare, c’è spazio anche per l’arte locale. Spiccano i disegni di Stefano Risso “Nitti”, dal presepe degli Scogli alle sue bellissime illustrazioni piene di dettagli realizzate dal 1994 per il Gruppo Cannon.

Mentre ci avviamo verso l’uscita, l’atmosfera si fa quasi magica grazie a una ricca collezione di stampe e vecchie fotografie dei primi del Novecento appese alle pareti. Sono i volti della gente storica di Chiavari: sguardi fissi e fieri che sembrano osservarti e scrutarti dritti negli occhi dal passato, come a voler controllare che tu stia uscendo da lì custodendo i loro ricordi con il giusto rispetto. Se passate da Chiavari, dimenticate i soliti musei noiosi: qui la storia si ascolta, si tocca e si naviga.