Arriva anche il commento del Comitato Genitori per Sestri dopo il consiglio comunale che si è svolto nella serata di ieri, venerdì 27 febbraio. I genitori erano in Sala Ocule, accanto alla sala consiliare, per assistere ai lavori dell’assemblea
I genitori erano in Sala Ocule, accanto alla sala consiliare, per assistere al consiglio comunale
“Si è concluso ieri sera il consiglio comunale aperto lunedì 23 febbraio, e ciò che resta non è una risposta, ma una sensazione amara: quella di un’istituzione che, davanti a un tema essenziale come la scuola, ha scelto di sottrarsi al merito, rifugiandosi nella gestione politica e procedurale della seduta, invece che nella trasparenza e nel confronto – dicono i genitori – durante la ripresa, il sindaco Francesco Solinas ha portato all’attenzione dei consiglieri i dati sui nuovi iscritti alla scuola dell’infanzia e alla primaria. Numeri che, la mattina di lunedì, erano stati indicati come la ragione per cui il presidente del consiglio comunale (Gian Paolo Benedetti, ndr) aveva respinto la mozione della minoranza di discutere della scuola: “mancano i dati”, dunque non se ne parla. Il punto, però, è che quei dati risultavano già noti. E se la sostanza era già disponibile, allora il problema non era l’informazione: era la volontà di affrontarla. La cronologia, poi, rende questa scelta ancora più evidente. Lunedì 23 era già stato fissato un appuntamento con il Provveditore presso l’USR, appuntamento che si è svolto mercoledì 25. In altre parole: mentre in aula si alzava il muro per impedire che si parlasse di scuola, fuori dall’aula si programmava già un passaggio istituzionale sullo stesso tema. Un doppio binario che non è solo discutibile: è politicamente opaco. Perché svuota il consiglio comunale del suo ruolo e, soprattutto, tratta la cittadinanza come pubblico da tenere a distanza. In democrazia i cittadini hanno diritto a essere ascoltati, informati e considerati. Quando il Comune evita di discutere della scuola in Consiglio — dove tutti possono ascoltare — e preferisce gestire tutto in incontri riservati già programmati, non sta guidando la comunità in modo trasparente: sta decidendo da solo, senza coinvolgere i cittadini, e pretendendo che questi accettino in silenzio. Sul piano del metodo, quanto accaduto è altrettanto inquietante. La minoranza ha chiesto ripetutamente che venisse rispettato il regolamento del consiglio comunale per poter discutere quanto letto da Solinas. La risposta è stata una sequenza di interventi del Presidente volti a interrompere, contenere, chiudere. Non è una questione di toni o di antipatie: il regolamento non esiste per ornamento, e la Presidenza non è un pulsante di “mute” da usare contro chi parla. Quando il diritto di intervento viene compresso a colpi di interruzioni, il confronto non viene regolato: viene neutralizzato. E poi c’è l’episodio più grave, quello che travalica il conflitto consiliare e diventa un fatto civico. In sala Ocule erano presenti genitori comprensibilmente preoccupati per il futuro dei propri bambini e desiderosi di risposte chiare, finora mai ottenute. In un consiglio comunale “aperto”, quella presenza dovrebbe essere considerata naturale: cittadini che ascoltano e chiedono conto, senza aggressività, senza clamore. Invece il consigliere Paolo Smeraldi ha chiamato i Carabinieri di Moneglia per liberare la sala dai genitori. Una scelta sproporzionata, fuori luogo, istituzionalmente ingiustificabile: perché sposta l’asse dalla politica all’ordine pubblico, e trasforma una domanda legittima in un intralcio da rimuovere. La presenza dei genitori è stata trattata come un problema da rimuovere, non come una voce da ascoltare: è il confine tra istituzione e prepotenza istituzionale. Il risultato è un messaggio devastante: non “vi rispondiamo”, ma “vi allontaniamo”. Non “rendiamo conto”, ma “sgomberiamo la sala”. È un modo di intendere le istituzioni che non tutela il decoro: lo compromette. Perché il decoro non è silenzio imposto. È rispetto delle regole, delle persone. La scuola non è una pratica da archiviare con formule procedurali, né un tema da maneggiare come se fosse una seccatura. È un servizio essenziale, un diritto, un investimento sul territorio. E quando genitori e cittadini chiedono spiegazioni, la risposta non può essere un muro di gomma fatto di rinvii, interruzioni e “non è il momento”. A questo punto non servono formule di circostanza. Serve un fatto politico, pubblico e verificabile. Il Comune dica, nero su bianco, che cosa intende fare, con quali tempi, con quali interlocutori e con quali garanzie per famiglie e scuola. E lo dica in Consiglio, non a margine, non a posteriori, non a cose già impostate. Perché dopo ieri una cosa è chiara: quando si zittisce la discussione, non si governa. Quando si usa il regolamento come una clava, non si “garantisce l’ordine”, si mutila il confronto. Quando si chiama una pattuglia per allontanare genitori, non si tutela il decoro, si umilia la cittadinanza. E allora la domanda, adesso, non è più “se” si debba parlare di scuola. La domanda è un’altra, più scomoda e più urgente: se la democrazia è partecipazione, che idea di “democrazia” sta praticando questo Comune. Perché la scuola riguarda i bambini, ma ciò che si è visto ieri riguarda tutti. E chi ha scelto il muro di gomma si assuma fino in fondo la responsabilità del rumore che ha fatto”.