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App Immuni: cosa non funziona ancora, cosa fare se ricevo una notifica

Nonostante i 9,3 milioni di download Immuni ha inviato soltanto 36.200 notifiche di esposizione a rischio con un positivo.

29 Ottobre 2020 ore 14:43

Notifiche quasi raddoppiate in una settimana, le segnalazioni di possibile esposizione dal Covid- 19 dell’app Immuni sono passate da 19mila del 20 ottobre a quasi 37mila delle scorse ore.

Secondo i dati più aggiornati del ministero della Salute i download erano 9,36 milioni al 25 ottobre: 300mila in più rispetto al 19 ottobre. Meno di un sesto della popolazione. Purtroppo però, dopo la recente impennata di contagi, qualcosa ha smesso di funzionare.

Nonostante i 9,3 milioni di download Immuni ha inviato soltanto 36.200 notifiche di esposizione a rischio con un positivo. Inoltre, sono soltanto 1.530 le persone positive al coronavirus che hanno usato l’app per avvertire i loro contatti stretti, generando così le 36.200 notifiche di cui sopra.

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App Immuni: cosa non funziona ancora

Dal DPCM del 18 ottobre 2020, il governo ha imposto per tutti gli operatori delle ASL l’obbligo di inserire nel sistema centrale di Immuni i codici dei cittadini positivi che fanno uso dell’app. Quando un cittadino risulta positivo a un tampone, l’operatore sanitario che gli comunica la positività è anche obbligato a chiedergli se abbia installato Immuni e, nel caso, a caricare sul sistema centrale i suoi codici anonimi, in modo che i contatti possano ricevere la notifica di esposizione a rischio. Questa imposizione molto recente del governo indica anche che, prima del 18 ottobre, non tutte le ASL regionali caricavano i codici.

Dietro Immuni sarebbe necessario un sistema che prenoti il tampone a chi è stato contatato, che verifichi che le persone a rischio restino a casa e che integri i dati a livello nazionale.

In sintesi, il sistema funziona: è ciò che viene dopo che non funziona. L’app raccoglie le segnalazione che poi, però, vanno gestite.

Un altro problema di non poco conto è il fatto che il sistema tecnologico su cui si basa Immuni consente di avere pochissime informazioni sui contatti. L’utilizzo della geolocalizzazione nelle app di tracciamento è stato vietato dal Governo e non è compatibile con i protocolli di Apple e Google utilizzati da Immuni, per volontà delle due aziende. Sarebbe utile sapere dove e quando s’è avuto un contatto diretto, ma questo rimane un problema irrisolvibile.

La falla: entrate manualmente ogni giorno per vedere le notifiche

In molti denunciano mancate segnalazioni o forti ritardi dell’app a fronte di un contatto con un positivo. Dopo l’installazione Immuni resta tendenzialmente silente. Sugli iPhone e su alcuni modelli Android, ma non tutti, invia una notifica periodica a chi non ha avuto esposizioni a rischio per ricordare che va tutto bene. Su molti smartphone rimane invisibile. Si confida che nel momento in cui ci sia un reale rischio da segnalare l’app si riattivi.

Oggettivamente ci sono stati dei problemi tecnici che hanno rallentato, in certi casi e su determinati telefoni Android, il lavoro di notifica. In altri casi – come con gli iPhone – molti utenti si sono accorti soltanto aprendo l’app che Immuni aveva rilevato un contatto a rischio, ma non aveva inviato loro la notifica. Al momento, quindi, il modo migliore per aggirare questi ostacoli è aprire quotidianamente l’app e verificare personalmente se segnala possibili contatti recenti con un soggetto positivo.

Cosa fare se Immuni mi notifica un contatto a rischio

Veniamo quindi all’altro passaggio importante, che si lega con le osservazioni sopra riportate. Se l’app mi segnala il contatto con un positivo che succede? Chiamo il medico curante che a sua volta dovrebbe segnalare via software all’Asl il potenziale rischio. A quel punto sarà l’Asl a mettersi in contatto con me.

Già questo succede – nel migliore dei casi – dopo due o tre giorni.

Il nodo fondamentale resta ancora legato alla valutazione che il medico di famiglia è chiamato a fare sulla base di pochissimi dati: non è infatti possibile circoscrivere in maniera più dettagliata se la situazione vissuta possa o meno comportare un reale rischio, quindi se sia davvero opportuno attivare tutta la procedura. Sul tema anche le autorità sanitarie non hanno fatto totale chiarezza rimandando sostanzialmente a medici e ai pediatri di libera scelta “valutazione dell’effettiva esposizione al rischio del soggetto”.

Le interpretazioni regionali

Credevate che i dilemmi fossero finiti qui? No. C’è anche l’intrepretazione che le ASL regionali conferiscono alle notifiche dell’app. Qualche esempio pratico?

In Lombardia l’ATS ha comunicato ai medici che chiunque riceva la notifica deve fare un periodo di quarantena di 14 giorni, da cui si può uscire soltanto con un tampone negativo. Insomma notifica significa in ogni caso isolamento.

Maglie più larghe in Emilia Romagna: la AUSL di Bologna fornisce a chi ha ricevuto una notifica da Immuni la possibilità di fare il tampone prenotandolo autonomamente e si limita a raccomandare a coloro che sono in attesa dell’esito di evitare il più possibile contatti con le altre persone. In sintesi: attenzione ma niente isolamento.

Il Veneto ha integrato Immuni nel proprio sistema solo a metà ottobre, lasciando ampiamente passare il messaggio che si trattasse di uno strumento trascurabile. Insomma, i nodi non sono pochi e il tempo – nel caso si decidesse di puntare sull’app per un sistema di contact tracing realmente efficace – stringe.

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